La conta dei danni provocata dal disastro ambientale che ha interessato l’Amazzonia, e i suoi 5,5 milioni di chilometri con ripercussioni catastrofiche anche per la fauna, è inquietante.

 

Immagini intense di fiamme e fumo sono il ricordo più recente di quella fitta vegetazione, quegli alberi rigogliosi che per il mondo, oggi, sono oro. Un disastro quanto mai attuale che ha pompato quantità allarmanti di carbonio nell’atmosfera.

 

Gli esperti hanno sottolineato la gravità dell’accaduto, evidenziando non solo la situazione nella foresta amazzonica ma anche quella in Colombia e nel Brasile orientale dove pare che il numero di incendi sia stato addirittura superiore, interessando aree disboscate e riserve protette. 

 

Cosa significa per il pianeta?

Sebbene l’incendio della foresta pluviale sia preoccupante per molte ragioni, non è necessario individuare la problematica principale nella carenza di ossigeno. Secondo quanto riportato dal “The Guardian”: 

 

Nonostante alcuni rapporti abbiano affermato che l’Amazzonia produce il 20% dell’ossigeno nel mondo, non è chiaro da dove provenga questa cifra. La cifra reale probabilmente non supererà il 6%, secondo scienziati del clima come Michael Mann e Jonathan Foley

 

Se da un lato, quindi, non bisogna preoccuparsi della carenza di ossigeno bisogna piuttosto essere in allerta per l’inquietante azione umana: gli incendi sono provocati per lo più da mano dell’uomo. La situazione è grave al punto da condurre, nel futuro prossimo, ad un livello di deforestazione tale che l’Amazzonia raggiungerà un punto di non ritorno, trasformandosi in un’enorme savana arida. Si tratta di un circolo vizioso in cui, una volta entrati, sarà impossibile uscirne. La mancanza di alberi infatti provocherà una riduzione di umidità tale da non indurre la formazione delle piogge e, a sua volta, la mancanza di acqua non favorirà la crescita di nuova vegetazione. Risultato? Un’ecosistema completamente stravolto.

 

Incoscienza umana: alcuni dati

Secondo i dati satellitari dell’agenzia spaziale brasiliana, lo scorso luglio, gli alberi venivano eliminati al ritmo di cinque campi da calcio ogni minuto. Nel corso del singolo mese sono stati persi 2.254 chilometri quadrati con un aumento del 278% rispetto allo stesso mese dell’anno scorso. 

 

Perdiamo un pezzo di Amazzonia ogni anno. Il dato consolidato dal Satellite Legal Amazon Deforestation Monitoring Project (PRODES) del National Institute for Space Research (INPE), mostra un tasso annuale pari a 7.536 km² di taglio superficiale da agosto 2017 a luglio 2018. Dei numeri angoscianti.

 

Un problema storico 

Una situazione che si ripete. Negli anni ’90 e nei primi anni 2000, i dati erano molto allarmanti in termini di deforestazione. Il monitoraggio rigoroso, una migliore sorveglianza e sanzioni più severe avevano rallentato il fenomeno dell’80%, tra il 2005 e il 2014. 

 

Oggi, la situazione pare essere tornata agli albori. Secondo l’Istituto Nazionale per la Ricerca Spaziale (Inpe) del Brasile, tra gennaio e agosto 2019 si sono verificati 72mila incendi contro i 40mila dello stesso periodo del 2018.

 

Nell’attualità, gli occhi sono puntati sull’Amazzonia ma si tratta di un problema che riguarda l’intero pianeta. La lotta ai cambiamenti climatici e al riscaldamento globale è un tema noto e ampiamente trattato con la nascita di organi e documentazioni apposite, dal Protocollo di Kyoto al recente accordo REDD+ – Reducing Emissions from Deforestation and Forest Degradation – incluso nel testo dalla Conferenza sui Cambiamenti Climatici di Cancun nel 2010, che prevede il finanziamento di progetti che mirano a proteggere e ricostituire aree forestali in modo sostenibile.

 

Qual’è la vera causa? 

Come si è arrivati a questi dati nel giro di soli 12 mesi? Pare che il presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, abbia indebolito i poteri dell’agenzia ambientale, attaccando le ONG di conservazione e promuovendo l’apertura dell’Amazzonia alle miniere, all’agricoltura e al disboscamento. Il leader ha respinto i dati satellitari sulla deforestazione e licenziato il capo dell’agenzia spaziale. In più, la lobby agricola è molto potente in Brasile e ha costantemente eroso il sistema di protezione istituito in precedenza.

 

Non è tutta colpa oltreoceanica però. Mentre il mondo si indignava per lo sfruttamento selvaggio delle sue risorse naturali, lo scorso giugno, l’Unione Europea ha concluso un trattato commerciale con i paesi del Mercosur, il mercato comune dell’America meridionale di cui fa parte anche il Brasile. L’accordo abbatterà molti dazi e favorirà l’esportazione verso l’Europa di carne bovina e soia geneticamente modificata per l’alimentazione animale, la causa principale della deforestazione (il Brasile è il primo produttore mondiale di soia e ogni anno esporta 1,6 miliardi di tonnellate di carne bovina). Per fare spazio agli allevamenti e alle coltivazioni, l’industria agricola non si fa scrupolo di abbattere gli alberi e appiccare il fuoco.

 

Rinnovarsi e rinnovare

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